Shaman o Showman ?

L’esperienza  psichedelica nella malattia cronica e nel morire non è il trattamento ma è l’inizio del possibile cambiamento.  

Il momento psichedelico agito in particola modo con la psilocibina può aprire una soglia, può dissolvere temporaneamente le strutture più rigide dell’Io. Può permettere a qualcuno di guardare la morte senza la lente del terrore ed imparare non a perdere il controllo, ma la totale illusione di averlo.

Poi però arriva la mattina dopo. Il paziente si sveglia, apre gli occhi e torna nel proprio corpo malato, nella propria stanza, nella propria storia ed è lì che nasce il lavoro più delicato.

Lì servono relazioni. Lì serve integrazione. Lì serve presenza. La neuro plasticità  tanto vantata nei tempi moderni è responsabilità etica di chi la scatena , non una proprietà biologica da adoperare come adv commerciale e scientifica.  Non possiamo facilitare esperienze straordinarie e poi scomparire. Dobbiamo restare. Dobbiamo aiutare a trasformare ciò che è accaduto in comprensione, riconciliazione e senso per evitare di aprire portali cosmici…e poi lasciare il paziente da solo con la cartella clinica sul comodino.

Ciò che stiamo esplorando qui non riguarda una molecola ma un cambiamento culturale ovvero accompagnare gli esseri umani a morire con amore e consapevolezza.

Quando questo accade non è mai merito di una sostanza ma merito di una comunità di cura capace di unire scienza, coscienza e presenza.

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