Dia de los Muertos, immagine 3 - Associazione Aria in Cammino - Morire.org

Día de Muertos: quando i morti tornano a casa

«Il nostro culto alla morte è il culto alla vita».

Con queste parole Octavio Paz descriveva uno dei tratti più sorprendenti della cultura messicana. E forse non c’è immagine più immediata per comprenderle del Día de Muertos: teschi colorati, fiori arancioni, candele, musica, cibo e altari ricoperti di fotografie.

Ma dietro quelle immagini c’è molto più di una festa dedicata alla morte.

Il Día de Muertos è un modo culturalmente costruito di entrare in relazione con chi non c’è più. È una festa della memoria, ma anche della presenza. Per alcuni giorni, nelle case e nei cimiteri, i morti tornano simbolicamente a occupare un posto tra i vivi.

Una festa, molte storie

Contrariamente a quanto spesso si racconta, il Día de Muertos non è semplicemente un’antica festa azteca sopravvissuta fino ai nostri giorni.

La sua storia è molto più complessa.

Le società mesoamericane possedevano pratiche funerarie e rituali molto diverse tra loro. Anche i Mexica celebravano i defunti in differenti momenti dell’anno, attraverso cerimonie, danze, canti e offerte che cambiavano a seconda delle circostanze della morte e dello status della persona.

Parallelamente, nella tradizione cristiana europea esisteva una ricorrenza dedicata ai morti: il 1° novembre, Ognissanti, e il 2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti. Le date del calendario attuale appartengono dunque alla tradizione cristiana medievale e non all’antico calendario mesoamericano.

È durante il periodo coloniale che queste differenti tradizioni entrano in relazione. Non attraverso una semplice fusione, ma attraverso un lungo processo di trasformazione, adattamento e rielaborazione.

Il Día de Muertos che conosciamo oggi è il risultato di questa storia stratificata.

Ed è anche per questo che non esiste un unico Día de Muertos. Le pratiche cambiano da regione a regione, da comunità a comunità e, soprattutto, da famiglia a famiglia.

È nelle case, infatti, che questa tradizione assume una delle sue forme più significative.

Quando i morti tornano

Durante questi giorni, secondo una concezione ancora presente in molte comunità, i defunti possono tornare temporaneamente nel mondo dei vivi.

Il confine tra i due mondi diventa, almeno per qualche giorno, più permeabile.

Le anime vengono accolte, ricordate e simbolicamente nutrite. Si preparano i loro cibi preferiti, si visitano le tombe, si accendono candele e si decorano le case. Il ritorno dei defunti diventa così un evento familiare e comunitario.

L’UNESCO descrive la celebrazione come il ritorno transitorio dei defunti alla terra, generalmente tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre. In molte comunità indigene il periodo coincide inoltre con la conclusione del ciclo agricolo annuale del mais.

La morte, in questo contesto, non viene semplicemente negata.

Viene ritualizzata.

E ritualizzare la morte significa anche renderla, almeno temporaneamente, abitabile.

L’ofrenda: preparare la casa all’incontro

È forse nell’ofrenda, l’altare domestico, che questa idea emerge con maggiore chiarezza.

L’altare non è soltanto un insieme di oggetti decorativi. È uno spazio preparato per qualcuno.

Al centro compare spesso la fotografia della persona scomparsa. Attorno vengono disposti candele, acqua, fiori, cibo, bevande e oggetti che appartenevano al defunto o che ne ricordano gusti e abitudini. Per i bambini possono comparire giocattoli e dolci.

Ogni elemento contribuisce a costruire un ambiente riconoscibile.

L’acqua richiama l’accoglienza e la possibilità di dissetarsi dopo il viaggio. Le candele illuminano il cammino. Il copal (un incenso) accompagna e purifica lo spazio. I petali del cempasúchil (garofano d’India), il caratteristico fiore arancione del Día de Muertos, possono essere disposti lungo il percorso verso l’altare, creando simbolicamente un sentiero per il ritorno.

Ma sarebbe riduttivo trasformare ogni elemento dell’ofrenda in un semplice dizionario di simboli.

Non tutte le ofrendas sono uguali. E non tutti gli oggetti possiedono necessariamente lo stesso significato.

L’altare è soprattutto uno spazio relazionale.

Si prepara pensando a una persona concreta: si cucina ciò che amava mangiare, si mette la sua fotografia, si dispongono le sue bevande preferite (tequila, mezcal, birra, gassose, vino, etc.), si ricordano le sue abitudini, si scelgono gli oggetti che raccontano la sua vita.

In questo senso, l’ofrenda non rappresenta semplicemente il morto.

Lo rende nuovamente presente all’interno della relazione familiare.

Il morto viene nominato, ricordato, accolto. E, in una forma simbolica, persino nutrito.

La memoria diventa materia.

La casa viene trasformata e, per qualche giorno, la presenza del defunto torna a essere parte della vita quotidiana.

Una morte piena di colori

Forse è proprio questo che rende il Día de Muertos così sorprendente agli occhi di chi lo osserva dall’esterno.

La morte, nelle immagini della festa, non appare soltanto nera e silenziosa.

È arancione, gialla, viola, rosa. È fatta di fiori, musica, cibo, carta, fotografie, candele e profumi.

Ci sono i teschi di zucchero, le calaveras, il pan de muerto, il papel picado. Ci sono le tombe decorate e le famiglie riunite nei cimiteri.

Ma questo non significa semplicemente che in Messico “non si abbia paura della morte”, come racconta uno degli stereotipi più diffusi.

Significa piuttosto che esiste una particolare elaborazione culturale della morte, capace di trasformare il lutto in una pratica collettiva di memoria e relazione.

Il Día de Muertos permette di parlare dei morti, di ricordarli, di raccontarne le storie. Permette alla famiglia di riunirsi attorno a qualcuno che non può più essere fisicamente presente.

In questo senso, il rituale non riguarda soltanto i morti.

Riguarda anche i vivi.

Ed è forse qui che la frase di Octavio Paz acquista il suo significato più profondo: il culto della morte può diventare, contemporaneamente, una celebrazione della vita che continua, delle relazioni che persistono e della memoria che impedisce all’assenza di diventare oblio.

Nel 2017 un film d’animazione ha portato questa immaginazione a un pubblico planetario: Coco.

La storia di Miguel e della sua famiglia costruisce un mondo dei morti sorprendentemente vicino, nella sua logica relazionale, al mondo dei vivi. Gli antenati continuano a esistere perché vengono ricordati; possono tornare a incontrare i propri familiari e rischiano di scomparire quando la loro memoria viene cancellata.

Coco non è un documentario e non pretende di rappresentare la complessità delle diverse tradizioni messicane. È piuttosto una traduzione cinematografica, necessariamente selettiva e immaginativa, di un universo culturale. E proprio attraverso il cinema ha contribuito a rendere familiari a un pubblico globale immagini, rituali e simboli del Día de Muertos.

La sua intuizione più potente è forse proprio questa: immaginare l’aldilà non come un luogo completamente separato dalla vita, ma come uno spazio in cui continuano a esistere legami, affetti e memorie.

Ed è forse questo il senso più profondo dell’ofrenda.

Non importa soltanto che cosa accade dopo la morte.

Importa ciò che facciamo, da vivi, perché chi è morto continui ad avere un posto nella nostra vita.

Per qualche giorno, la casa si apre alla memoria.

E i morti, almeno simbolicamente, tornano a casa.

Per approfondire:

  • Lomnitz, Claudio (2006), Death and the Idea of Mexico, New York, Zone Books.
  • López Austin, Alfredo (1999),La Muerte en el México Prehispánico. In: Arqueología Mexicana, Vol. VII. Núm 40.
  • Martínez González, Roberto; Maza, Rocío (2017), “Orígenes e historia de los días de muertos en México”, Revista de la Universidad de México.
  • Santos Ramírez, Victor Joel (2023), “El origen del Día de Muertos”, INAH, https://inah.gob.mx/especiales-inah/articulos/el-origen-del-dia-de-muertos
  • UNESCO (2008), “Las fiestas indígenas dedicadas a los muertos”, Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity.
  • Universidad Autónoma del Estado de Hidalgo (UAEH), “El Altar de Muertos”, https://www.uaeh.edu.mx/scige/boletin/prepa4/n4/m20.html

Autore: Alfonso Romaniello

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *