Cercare “bardo” in rete porta quasi sempre altrove: ai poeti celtici, a Shakespeare, a un personaggio di Dungeons & Dragons. Eppure esiste un altro bardo, quello del Libro tibetano dei morti, molto più antico, e riguarda ciascuno di noi. In tibetano la parola significa “tra due”, uno spazio intermedio: quello che sta tra una cosa che finisce e una che non è ancora cominciata.
La tradizione buddhista tibetana ne ha fatto una mappa del passaggio, e ha affidato questa mappa a un testo che in Occidente conosciamo come il Libro tibetano dei morti. Ma il testo parla dell’oltre meno di quanto si creda. Il suo vero soggetto è come ci si prepara a morire e come si accompagna qualcuno mentre lo fa. Di aldilà si discute dappertutto, di dignità e consapevolezza nel passaggio quasi mai, ed è da lì che vale la pena partire.
Che cos’è il Libro tibetano dei morti
Il titolo originale è Bardo Thödol, che si può rendere con “Liberazione attraverso l’ascolto nello stato intermedio”. Secondo la tradizione fu composto da Padmasambhava, il maestro che portò il buddhismo in Tibet, e nascosto perché fosse ritrovato più avanti: lo avrebbe riportato alla luce nel XIV secolo Karma Lingpa, uno di quei maestri che i tibetani chiamano “scopritori di tesori”. Sulla storia del testo gli studiosi discutono, e conviene tenere distinti il racconto della tradizione e la ricostruzione storica.
Il nome con cui lo conosciamo, “Libro dei morti”, è invece occidentale. Lo ha fissato nel 1927 l’edizione inglese di Walter Evans-Wentz, che lo avvicinò al Libro dei morti egizio. In Tibet il testo non è un libro da leggere in poltrona. È fatto per essere recitato ad alta voce accanto a chi sta morendo e, secondo la tradizione, anche nei giorni successivi alla morte, perché una voce nota continui a guidare chi attraversa.

I sei bardo: la vita è già un passaggio
Un punto sorprende chi arriva a questo testo pensando a un manuale sull’aldilà. I bardo descritti dalla tradizione sono sei, e tre riguardano la vita. C’è il bardo di questa esistenza, tra la nascita e la morte. C’è quello del sogno, ogni notte. C’è quello della meditazione, quando la mente si ferma abbastanza da guardarsi. Gli altri tre cadono attorno alla morte: il momento in cui il respiro si spegne, quello in cui la coscienza incontra ciò che la tradizione chiama luminosità della realtà, e quello del divenire, in cui si forma ciò che viene dopo.
Leggere così cambia la domanda. Se la vita stessa è un bardo, la morte non è l’unico luogo di passaggio, e prepararsi a morire non vuol dire aspettare la fine ma esercitarsi adesso. Ogni sera che ci addormentiamo, ogni abitudine che perdiamo, ogni ruolo che ci viene tolto è un piccolo esercizio di attraversamento, e chi lo ha fatto più volte arriva all’ultimo passaggio meno impreparato.
Cosa succede dopo la morte secondo il Bardo Thödol
Il testo racconta che al momento della morte la coscienza si trova davanti a una luce chiara, e che se la riconosce la liberazione è immediata. Se non la riconosce, appaiono visioni in sequenza: forme serene, poi forme terrificanti, poi il richiamo di una nuova nascita. Il consiglio che attraversa tutto il libro è uno solo, ripetuto con insistenza: ciò che appare non è fuori da te, è la tua stessa mente che si mostra. Non c’è nulla da temere perché non c’è nulla di estraneo.
Qui occorre distinguere due piani. Chi crede nella rinascita leggerà queste pagine come una descrizione di quello che accadrà. Chi non ci crede, o non lo sa, può leggerle come una psicologia molto fine della paura. Anche Carl Gustav Jung scrisse un commento psicologico al testo, interpretandolo come un percorso che va a ritroso, dalla vita verso l’origine. Nessuna delle due letture esaurisce il testo, e nessuno può dimostrare quale sia quella giusta.
C’è però un punto che vale per entrambe, e che si perde quando si parla solo dell’oltre. Quello che accade dopo resta fuori dalla nostra portata. Quello che accade prima, nella stanza, dipende anche da noi: da come ci si è preparati, da chi c’è, da quali parole si trovano. Il Bardo Thödol, a ben guardare, parla soprattutto di questo.
Una mappa, non una verità da adottare
Per noi il bardo non si propone come dottrina. Lo si usa come mappa simbolica, un modo per dare un nome a quel “tra” che molte persone riconoscono nel fine vita: tra ciò che è stato e ciò che non si sa ancora, tra l’identità e la spogliazione, tra il bisogno di controllo e l’arte di affidarsi. Per alcuni è un linguaggio spirituale familiare. Per altri resta una metafora potente, la stanza di mezzo in cui la vita cambia voce.
Chi ha accompagnato una persona che muore sa quanto spesso sembri davvero di stare in un luogo senza nome. Il corpo cambia, le parole si fanno rare, il tempo perde la sua misura. Una mappa non toglie la fatica del viaggio, ma può dire a chi sta accanto che quello che vede ha una forma, che altri l’hanno già attraversato, che non è solo. Dignità e consapevolezza non si improvvisano nelle ultime ore: si preparano prima, e si sostengono con le cure che tolgono il dolore, perché quando il dolore prende tutto lo spazio l’interiorità fatica a respirare.
Prepararsi e accompagnare con dignità
Del Bardo Thödol colpisce che sia affidato a una voce: qualcuno resta accanto e parla a chi sta attraversando. La prima indicazione è la presenza, con parole semplici e la scelta di non spiegare troppo. Il silenzio condiviso e il respiro, nelle pratiche contemplative, fanno lo stesso mestiere. E il testo non nasce per l’ultimo momento: chi può lo studia e lo pratica in vita, perché il giorno della morte non è quello in cui imparare a non avere paura. Anche l’Europa ha avuto le sue arti del morire, le Ars moriendi del tardo Medioevo, nate dalla stessa intuizione: morire è qualcosa per cui si può essere più o meno pronti, e non prepararsi non risparmia la paura, la rimanda.
Prepararsi non significa pensarci di continuo né rinunciare a niente. Significa dare spazio, finché c’è tempo, alle domande che altrimenti arrivano tutte insieme: che cosa non voglio lasciare in sospeso, chi vorrei accanto, in quali parole mi riconosco. E per chi accompagna significa imparare a restare senza riempire la stanza di rumore. È il lavoro che proponiamo con l’accompagnamento nel morire, che affianca le cure mediche senza sostituirle, e che trovi anche nelle pratiche di silenzio e meditazione e nei percorsi di consapevolezza sull’impermanenza.
Per chi vuole proseguire da solo, un buon punto di partenza è Il libro tibetano del vivere e del morire di Sogyal Rinpoche, nell’edizione italiana di Astrolabio Ubaldini con la traduzione di Daniela Muggia. Riprende l’idea dei bardo e la rivolge al lettore occidentale, con molta attenzione a come ci si prepara alla morte e a come si sta accanto a chi muore. Si trova in libreria e su Amazon.
Se la vita è già un bardo, c’è una domanda che non aspetta la fine per essere posta: che cosa sto attraversando adesso, e chi sto diventando mentre lo attraverso?




